Da oggi in poi chiamatemi…

Ho aspettato l’applicazione Digicomics della Disney per tanti motivi, elencarli tutti sembra persino delineare delle curiose coincidenze. Si tratta di una delle più ambiziose mosse della Disney nella transizione dell’editoria cartacea al digitale, ed è bello pensare che il tutto sia nato in Italia, pur essendo disponibile anche (e forse soprattutto) al pubblico statunitense.

Con Digicomics è possibile acquistare su iPhone e iPod Touch l’ampio catalogo di fumetti Disney, per leggerli sul dispositivo in un formato che prova ad adattare il comic originale allo strumento, senza stravolgerlo. A parte qualche semplice transizione e qualche suono qui e là, il fumetto è identico a quello cartaceo, in una sorta di rispetto “religioso” per una forma di espressione che ha avuto grande sviluppo qui in Italia (patria del fumetto disneyano). Dietro a Digicomics c’è un ragionamento di fondo, uno studio progettuale che rende evidente, una volta per tutte, la rinata attenzione dell’editoria per il digitale.

Questo progetto, ormai l’hanno detto tutti, “puzza di tablet”, nel senso che sembra perfetto per sbarcare su un dispositivo a schermo più ampio, come il vociferato tablet di Apple. Comunque vada, mi aspetterei almeno una versione per Windows e per Mac, fondamentale per dare più valore agli acquisti (in molti vorranno tenerli su un computer, senza rischiare di perderli cambiando telefono).

Tra i titoli in vendita su Digistore c’è Pikappa, e qui andiamo sul personale. Sapete bene che è uno dei miei personaggi preferiti, proprio perchè è un supereroe “suo malgrado”. Il mio blog si chiama così proprio in onore di Pikappa (ma non solo, qualcuno lo sa già). La versione inserita su Digistore è la più recente, che ha poco a che spartire con la bellezza e la profondità di PKNA. Un peccato anche perdere le copertine del fumetto, tra le più belle copertine dei magazine Disney.

Siamo partiti da poco (anzi, avremmo dovuto partire al 16 dicembre, giorno del mio compleanno, ma il tutto è slittato per motivi ignoti), c’è tempo per dare aggiustatine, anche ai prezzi. Ci sono già ottime idee, come l’integrazione con Facebook, che potrebbe dare una dimensione social al fumetto, da sempre  un oggetto “privato” accolto da vere e proprie community. Io, nel frattempo, mi godo questo tuffo nel passato come in un bel regalo di Natale, e si riaccendono ricordi. Esempio? Uno dei personaggi principali lavorava in un webgiornale… non me ne ricordavo, eppure io in un webgiornale oggi ci lavoro davvero.

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Idea regalo: Disney Store & Make A Wish Foundation

Ogni anno, per qualche regalo, cerco soluzioni carine che abbinino la beneficenza ad un oggetto simpatico. Sarà un modo per lavarsi la coscienza in questo periodo di consumismo sfrenato, ma credo sia anche piacevole fare qualcosa del genere a Natale.

Quest’anno, in una sessione di shopping natalizio al limite dello scontro fisico, ho trovato e scelto le tazze di Winnie Pooh al Disney Store. Sono bellissime, ognuna nella sua confezione regalo, decorate con Winnie Pooh e i suoi amici. Perfette per grandi e piccoli, con meno di 8€ è un’idea regalo carina e buona: il 25% viene devoluto alla Make a Wish Onlus, associazione attiva nel mondo da moltissimi anni, con lo scopo di realizzare i sogni di ragazzi con malattie molto gravi.

Se cercate un’idea, a Milano erano accatastate a centinaia e credo si trovino anche negli altri Disney Store italiani. Preparatevi solo a sfidare mamme e bambini urlanti, sabato le scene erano vagamente da panico, con transenne e guardie. Ma a parte questo, l’idea è davvero meritevole.

di Simone Gambirasio Inviato su disney, life Contrassegnato da tag

La ricerca scientifica… periferica

In questi giorni ho avuto poco tempo per aggiornare il blog. A dire il vero ho avuto poco tempo anche per altre cose gradevoli, ma capita. Per non lasciarvi a bocca asciutta, vi segnalo un articolo che ho scritto per VareseNews, dopo aver seguito una conferenza dell’università locale, l’Insubria, sulle biotecnologie.

A questa conferenza una giovane ricercatrice è stata premiata per una ricerca sulla schizofrenia, che potrebbe dimostrarne dei fattori scatenanti. La ricercatrice si chiama Silvia Sacchi, e se tutto andrà come previsto, entro questa settimana avrò il piacere di parlare con lei.

Proprio qualche giorno prima, avevo consigliato ad una collega di intitolare un suo pezzo “L’Insubria diventa la Biotech Valley”. Il titolo era volutamente eccessivo, e non a caso ha suscitato qualche ironia da parte dei colleghi. Certo, non prendiamoci in giro: l’Italia non punta sulla ricerca come fanno altri paesi. Tuttavia convegni come quello che ho seguito, mi fanno venire voglia di crederci. Perché oltre a Silvia Sacchi, a Varese, c’erano tanti altri ricercatori felici di raccontare le loro ricerche.

Magari sono impacciati in pubblico, non tutti hanno il dono della capacità divulgativa. Spesso si ritrovano a lavorare con attrezzature non all’avanguardia, immagino per stipendi al limite della precarietà (in alcuni casi). Le loro ricerche in genere non risultano accattivanti, non le leggeremo sul Corriere o su Repubblica. Ma se una certa Flavia Marinelli sta dedicando la vita agli actinomiceti (che considera i microorganismi più belli del mondo, e parlo di bellezza estetica) è perché senza quella ricerca gli antibiotici di oggi potrebbero non funzionare più. Se Silvia Uccella fa ricerche sui linfomi diffusi a grandi cellule B, parla di tumori e combatte un male che ha toccato tutte le famiglie. Probabilmente capiremo ben poco dei discorsi di Goiovanna Tosi sulle infezioni da retrovirus, ma si tratta di una ricerca importante nella sfida lanciata a malattie gravi. E questi sono solo alcuni esempi.

Certo, non siamo a Boston. Certo, bisogna essere concreti e guardare al lato politico del tema “ricerca”. A volte, però, l’entusiasmo è necessario. Un entusiasmo urlato, forzato forse. Ma questi ricercatori “dimenticati” se lo meritano, e solo se la gente si interesserà davvero a loro, forse, avranno tutto il peso politico necessario a trasformare il sogno di una Biotech Valley realtà. Anche in un’area “periferica” di un paese “scientificamente periferico”.