Ufficio collocamento ricercatori

Quando mi piace parlare dei ricercatori? Tanto. Per prima cosa perché sono maniacalmente attratto dalla figura del ricercatore: la sua vita, la sua missione, il suo quotidiano mi affascinano. E poi perché, come sappiamo, in Italia purtroppo quello della ricerca è un tema sociale: poco considerati e senza reali possibilità di impiego, i ricercatori sono quasi una categoria “protetta”.

Per chi sogna di fare il ricercatore, oggi ho pubblicato un pezzo sulle selezioni al Centro di Ricerca di Ispra. Centro europeo, una delle poche occasioni di essere retribuiti come si meriterebbe, per i ricercatori. E poi lo sapete, il CCR è un ambiente pazzesco, proprio per la sua natura internazionale: una piccola Babele della scienza che sembra catapultarti nel futuro. Segnalo poi che anche a Gerenzano potrebbe saltar fuori qualcosa di buono, dato che si spinge molto sullo sviluppo degli antibiotici.

Ovviamente, è solo una goccia nel mare. Un mare in cui è difficile galleggiare, del quale VareseNews ha parlato trasmettendo la diretta della notte dei ricercatori. Per quel che possiamo fare, noi comunicatori, non possiamo che dirigere i nostri piccoli riflettori su queste esigenze. Sperando, un giorno, di vivere davvero nella meritocrazia.

A tutti gli aspiranti ricercatori che conosco… in bocca al lupo, e non demordete!

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La Blogfest e il feticcio dell’App

Ieri ho fatto un giro alla Blogfest di Riva del Garda. Ne è valsa la pena, anche solo per vedere Riva che è semplicemente stupenda. O per incontrare “colleghi blogger” che conosco da tempo è che non ho mai incontrato fisicamente. Sono riuscito anche a seguire qualche incontro.

In una sala che pullulava di iPad si svolgeva Fahrenheit 2011. Un incontro sul futuro dell’editoria con Ottavio Di Brizzi (RCS Libri), Alessandro Giglioli (L’Espresso), Salvo Mizzi (Telecom), Vittorio Zambardino (Repubblica) e Antonio Tombolini (Simplicissimus Book Farm).

Alcuni spunti interessanti ci sono stati. Ad esempio è stato confermato che su circa il 10% degli iPad italiani è stato acquistato un abbonamento a giornali come Repubblica o Corriere. Questo significa che il mercato ci può essere e un dispositivo “cool” come l’iPad, dove l’utente gioca e si diverte, può accogliere e rinnovare anche un settore in forte crisi come quello dell’editoria. Poi, certo, bisogna vedere anche il prodotto.

Altra riflessione di rilievo è quella sul mercato dei libri italiano: in Italia il mercato editoriale è molto concentrato. Questo significa che c’è una percentuale ridotta di lettori “assidui”, che da sola acquista gran parte dei libri venduti durante l’anno. Dato che i dispositivi di lettura sono ancora relativamente costosi, solo chi legge molto può essere interessato ad acquistarne uno. Quindi, paradossalmente, il mercato italiano è avvantaggiato nella transizione dal cartaceo al digitale.

L’ammissione generale è stata che gli editori italiani non sono assolutamente in ritardo nel passaggio digitale, ma il loro  periodo di riflessione e attesa è stato volontario. Sia per quanto riguarda i giornali sia per quanto riguarda i libri. Ma cosa porterà questa attesa? Gli editori hanno un’idea chiara di cosa fare?

Qui, sinceramente, mi sembra di aver percepito della confusione. L’idea è che oggi la priorità sia monetizzare, riservando contenuti di qualità a chi è disposto a pagare. Ma per farlo bisogna sistemare un sacco di… zucche. La zucca dei giornalisti che, per stessa ammissione dei presenti, sono reticenti nel cambiare abitudini e nell’acquisire le competenze necessarie a produrre un giornale multimediale. La zucca dei direttori, che non riescono nemmeno ad accettare l’idea di reimpaginare un giornale per adattarlo a nuovi dispositivi. La zucca degli editori, reticenti nel rivoluzionare la filiera della distribuzione e incerti sui prezzi da proporre. La zucca dei lettori, che si ostinano a considerare necessariamente gratuito il bene digitale, indipendentemente dal lavoro che ci sta dietro.

La soluzione a tutto questo è un vero e proprio feticcio digitale: l’applicazione. L’idea non è necessariamente sbagliata: l’applicazione è una sorta di pacchetto, una caramella ben confezionata con contenuti di qualità. Si scarica da Internet, ma non sta sul Web. L’applicazione può essere la reincarnazione del “web” in “prodotto”, qualcosa di nuovo in grado di cambiare le prospettive. Ma qualcuno, sul palco di Riva del Garda, ha detto che l’applicazione è diversa perché è “chiusa”. Mentre prima si tendeva a pubblicare tutti i contenuti e a spingerli su motori di ricerca e social network, negli ultimi tre anni ci sarebbe stata una marcia indietro, chiudendo e proteggendo il contenuti, e l’applicazione ne sarebbe l’esempio più alto.

Questa visione è rischiosa. Parafrasando Jessica Rabbit, le applicazioni non sono chiuse, le applicazioni sono chiuse… perché le disegnano così. Se non mettiamo i commenti su Repubblica cartacea, se non mettiamo la condivisione su Facebook degli articoli più interessanti, se non abbiniamo un social network abbinato all’applicazione, è solo perché chi ha creato l’applicazione ha preferito fermarsi così. Possiamo accettarlo, per i primi esperimenti. Ma togliere il concetto di apertura, dalle applicazioni, rischia di essere una marcia indietro, la negazione di anni di sviluppo di Internet. Ovviamente chi acquista un bene ci terrà e non darlo gratuitamente a tutti. Ma a condividerlo, almeno in parte, sì. L’applicazione e il web non devono essere percepiti come enti distinti, o toglieremo al digitale uno dei suoi pregi più importanti, che dovrebbero farcelo preferire alle forme tradizionali. La stessa Apple se n’è accorta, introducendo dei veri e propri social network nel suo App Store (Ping per la musica, Game Center per i giochi).

Ben venga il mercato delle applicazioni, ben venga il loro utilizzo per la creazione di un mercato. Ma vediamo di definire bene il concetto di applicazione: un pacchetto, è vero, ma un pacchetto da poter scartare e condividere con gli amici. Se questo non sarà chiaro, il rischio è quello di muoversi verso un impoverimento delle opportunità veicolate dal digitale.

Ping me baby, one more time

Non smetterò mai di dirlo, la differenza tra Last.fm e Ping (il nuovo social network di Apple) è molto semplice. Con Last.fm hai l’impressione di ascoltare la radio con gli amici e di condividere opinioni sulla musica. Con Ping ti sembra di camminare con gli amici tra gli scaffali di un negozio di musica. Il risultato finale è uno scarso coinvolgimento dell’utente, nel caso di Ping.

Oggi Apple sembra essersi ravveduta, con un sostanzioso aggiornamento di iTunes che rende più facile condividere su Ping la musica che stiamo effettivamente ascoltando. Che Apple abbia in mente di essere più veloce e reattiva nell’innovare i suoi social network, rispondendo in tempo reale alle esigenze degli utenti? Si spera, perché i social network non si possono innovare tre volte l’anno, a ritmo di keynote… non sono degli iPod. Comunque, per le mie prime impressioni sulla nuova versione di Ping, leggete il mio post su Melablog.

Foursquare e il valore del gioco

Oggi ho passato un pomeriggio milanese in occasione della Social Media Week, evento dal grande potenziale che mi pento di aver vissuto solo per un piccolo frangente. In ogni caso a Palazzo Castiglioni c’era un incontro con Naveen Selvadurai, co-fondatore di Foursquare, e non potevo perdermelo (se non altro per ottenere il badge swarm…). Per chi non lo sapesse, Foursquare è il social network più caldo del momento, perché sta aprendo il fronte della geolocalizzazione. Si usa da telefonini dotati di GPS, come iPhone o Android: con Forsquare possiamo dire ai nostri amici dove ci troviamo in un preciso momento, condividendo con la community tanti consigli in base a locali, eventi, o manifestazioni.

Quando si incontrano personaggi come Naveen uno si aspetterebbe consigli ruspanti da uno che ci ha visto giusto, illuminazioni folgoranti. In realtà Naveen è un ragazzo vagamente timido, eppure tra una battutina e l’altra rivelava un’idea ben precisa sul futuro del web e sulla cultura dei social network. Accanto a lui c’era anche una rappresentante del consolato americano In italia (che, per inciso, ha persino una pagina Facebook), che a sorpresa credo sia stata uno dei relatori più interessanti del pomeriggio. Non farò un report completo, ma ecco qualche appunto che mi sono preso a fine incontro. In concetti “valoriali” più interessanti, dal mio punto di vista, sono stati tre:

1 – Il gioco è un valore fondante della Rete
Molti utenti Foursquare, fanno continuamente check-in (cioè accendono il cellulare per condividere la loro localizzazione) solo per avere i badge. I badge sono delle spillette virtuali. Chi esce più spesso alla sera, ha un badge speciale. Chi mangia più pizza ne ha un altro. Chi si allontana di più dalla città ne ha un altro ancora. In sostanza il badge non serve a niente, se non a giocare con i tuoi amici per far vedere quanto… sei più bravo e sociale di loro in questo gioco. Sembra un’inezia, una roba da smanettoni, ma questo meccanismo del gioco è stato il motore vincente di Foursquare. Perché il gioco è prima di tutto una sfida, e sfidare significa valorizzare il proprio ego. E non servono a questo i social network? Servono a dare informazioni su noi stessi e su quello che ci piace, mettendo in mostra il nostro essere. Servono a relazionarsi con gli altri, e la sfida giocosa è la forma primitiva della relazione. Giocare per vincere non è una forma di egocentrismo, è un concetto ben diverso. È divertimento per i risultati che abbiamo conseguito, è manifestazione di una forma di soddisfazione per quello che stiamo facendo.

Se il gioco è una sfida per migliorare noi stessi, allora è uno dei principi fondanti della socialità tout court, non solo dei social network su Internet. Ma dato che Internet vive di socialità, non può fare a meno del gioco per creare meccanismi virtuosi. E non è un vezzo da bambini: perché il gioco è uno spirito eterno, è lo spirito della sfida. E proprio grazie al gioco, gli utenti di Foursquare stanno creando un servizio utile, creando un vasto database di informazioni e valorizzando iniziative di ogni tipo, da quelle dei brand internazionali a quelle di associazioni no profit.

Pensiamo a una città che voglia raccogliere dai cittadini segnalazioni su buche trovate in strada, atti vandalici e altre problematiche urbane. Il servizio sarebbe utile, ma perché un cittadino dovrebbe prendersi la briga di usare il GPS del cellulare e perdere tempo per segnalare una buca? Il senso civico, spesso, non basta. Allora premiamo chi farà più segnalazioni, diamogli un gagliardetto come “miglior segnalatore di buche”: in quel momento si scatenerà la competizione, l’utente potrà far sapere al mondo di essere il miglior segnalatore di buche. Il gioco è il meccanismo alla base del coinvolgimento, a tutte le età. Io credo che per creare qualcosa di vincente, in futuro, dovremo essere meno schizzinosi sul concetto di gioco, ed elevarlo a quello che è veramente: il motore alla base della società… E attraverso il gioco e al divertimento la società, da sempre, crea lavoro gratuito (pensiamo al sostegno delle comunità locali all’epoca della civiltà agricola, o al ruolo degli oratori…).

2 – Anche Internet ha bisogno di tempo, e fiducia
Foursquare, in realtà, non ha ancora un business plan preciso. Il suo obiettivo, oggi, è solo quello di crescere e migliorarsi. Vuole capire come essere davvero utile per i suoi utenti. Poi, in base a questo, delineerà delle strategie commerciali. Come dire: prima ingrassiamo l’animale, poi vediamo come tirarne fuori la ciccia. È un atteggiamento comune a molte start-up americane. La vera differenza tra le imprese americane e quelle italiane, è che in america c’è chi ha davvero fiducia in Internet, e devolve anche enormi finanziamenti a delle “buone idee”, lasciando lo spazio di crescere gradualmente. Perché su Internet si cresce a tentativi, interpretando i feedback degli utenti. In Italia, se non guadagni subito oggi, chiuderai domani. Perché in realtà, alla base, c’è una strisciante sfiducia nei confronti di Internet, oltre a un’etica che punisce il fallimento a discapito dell’iniziativa. Per quanto le aziende italiane si riempiano la bocca, hanno sempre una fiducia zoppa nei confronti di Internet, e vogliono immediatamente una rassicurazione economica. Ma come posso tirar fuori il meglio da un prodotto “sociale”, se la comunità non mi ha aiutato a definirne i particolari? Di geolocalizzazione si parla da dieci anni, ma solo ora sta emergendo, perché ora l’interesse non scaturisce dalle aziende, ma dalle persone.

3 – Non virtuale, “solo” digitale
Il concetto di virtuale, parlando di comunità Internet, non ha più senso. Con Foursquare, per fare check-in, devi essere presente davvero sul luogo. E mentre fai check-in vedi, in carne e ossa, le altre persone che l’hanno fatto. La geolocalizzazione sta chiudendo il cerchio del web, trasformando definitivamente il virtuale in reale. È sempre stato così, ma questo social network l’ha reso ancor più evidente. Non parliamo più di virtuale, quando parliamo di Internet, limitiamoci a dire “digitale” (che, comunque, non è poco).

Il tema del dibattito era “La geolocalizzazione è il futuro?”. Credo che la risposta sia scontata, ormai è certo. La domanda ora è: “Come sarà questo futuro?”. Nella prospettiva di Foursquare la risposta sembra semplice: divertente, sociale e digitale.