Non sono selvaggio

Dopo un film brutto, uno per cui ne vale la pena: Into the Wild. Una storia affascinante, immagini da brivido. Soprattutto, però, uno schiaffo all’etica di tutti noi. Il protagonista, che poi è una persona realmente esistita, e uno che ha lasciato tutto per tutto, alla ricerca di quello che conta veramente. E tu, che non lo fai, ti senti male per quello che sei.

Borghesi, contadini e anche hippie: nessuna cultura, anche quella più alternativa, sembra salvarsi da una mancanza di coerenza, dalla traccia della condivisione. Nessuna sembra lasciare spazio assoluto a quello che siamo realmente, per definizione.

Storie crude, ma interessanti. Meno crudo ma ugualmente interessante è un libro che credo acquisterò a breve. Si tratta della storia di Adam Shepard, studente americano che dopo la laurea si è messo in viaggio senza soldi e senza vestiti, senza dire di essere laureato, per vedere se riusciva a fare carriera anche così. Come dire: il sogno americano esiste ancora? Secondo Shepard sì, ma dopo aver visto Into The Wild la domanda si sposta. Il sogno americano conta veramente?

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La paura di volare

Torno ora dal museo Agusta Westland di Cascina Costa. Il tema degli elicotteri di Agusta l’ho trattato diverse volte in questi mesi, essendo passato da quelle parti anche per un lavoro video per VareseNews, registrato in occasione del loro faraonico open-day.

Parlare di un’eccellenza varesina come l’Agusta, regina degli elicotteri, è uno strano mix di orgoglio e vergogna. Perché anche se ci sono gli aerei civili, sappiamo bene tutti quanto si guadagni con quelli da guerra. Vederli volare, o vedere la cura con cui vengono realizzati, ti fa dimenticare per un istante che con quelle libellule si possono tanto salvare quanto uccidere le persone. 

Poi vai al museo, e un ex lavoratore Agusta, che mostra visibilmente gli acciacchi dell’età, ti racconta con orgoglio i bei vecchi tempi in cui lavorava per l’azienda. Quando si faceva tutto con cura e si era una grande squadra. Quando la nascita di un elicottero era per prima cosa un lavoro di gruppo. E allora pensi che per quanto tu possa vergognarti nel parlare di una società che produce per la guerra, in qualche modo non puoi ignorare l’orgoglio dei dipendenti di un’azienda italiana.

In ogni caso: del museo ho visto solo il piano sotto, il superiore (con simulatore di volo) non risulta accessibile se non con un imbarazzante attrezzo che credo sia rimasto inutilizzato da due anni. “Appena arrivano i piccioli abbiamo in programma di costruire un montacarichi”, mi racconta sottovoce un altro pensionato Agusta. Spero proprio che un’azienda ricca come questa, non abbia problemi a dare “piccioli” a questo gruppo di ex-dipendenti: sono i loro comunicatori più efficaci.

Parlami d’altro (che è meglio)

Lo so, potevo benissimo capire che non era il caso di andare al cinema. Ma, forse, con questa storia di non pagare il biglietto ho il brutto vizio di voler dare una possibilità ai film più brutti, nella speranza di ricostituire il giudizio sui più sfigati.

Ma niente, non c’è nulla da fare: “Parlami d’amore”, primo film da regista di baby-Muccino, è orribile. Pessima interpretazione, testi stucchevoli e primi piani abusati e sempre troppo lunghi. Lui si è circondato di gente che sa il fatto suo: non a caso le scelte scenografiche sono ottime, anche se fastidiosamente dandy. La storia è bella come il libro, ma trattata male, sembra un saggio di uno studente della scuola di cinema.

Peccato, anche per il ritmo, lentissimo. Dal trailer, con la canzone di Skin (a proposito, finalmente ha sfornato un brano degno del suo nome), sembrava che almeno la velocità fosse un ingrediente. E invece niente. La voglia di uscire dalla sala era forte forte…

Ah, ultima cosa. “Io mi chiamo Sasha”. Sasha?!? No dai, Sasha no…

Tatuami, se hai il coraggio

Finalmente questo benedetto SkyLife Magazine, che sarà anche più bello ma viene recapitato con il solito ritardo di circa un mese, è arrivato in casa. Così scopro che è cominciato L.A. Ink, reality spin-off di Miami Ink.

Non sono ancora riuscito a vedere le avventure di Kat, la tatuatrice dalla quale viene sviluppata la nuova serie, e per me è un grosso cruccio. Non so perché, ma adoro Miami Ink. Mi piace scoprire la storia che spinge molte persone a farsi un tatuaggio. Non parlo di farfalline e delfini, ma tatuaggi che hanno un senso profondo e radicato, che segnano per sempre un momento.

Forse proprio per questo, io, un tatuaggio non me lo farò mai. Mi conosco troppo bene, insomma quale evento posso dire come certamente rivoluzionario per una vita? Credo che l’unico evento che cambi la vita senza dubbio alcuno possa essere la nascita di un figlio. Per amici, amore, o mille altri eventi… beh la pelle io non l’ho mai scommessa, fino ad oggi.

Comunque, per chi fosse interessato, L.A. Ink è su Discovery Real Time ogni martedì alle 22. Negli Usa esiste già il terzo spin-off, London Ink, che parla del tauatore di David Beckham. In arrivo, per gli aghi più curiosi, anche Rio Ink.